Skip to content
Una storia dal fronte: le voci di Merlara

Data

L’esperienza di Casa Scarmignan (PD) durante il coronavirus raccontata dal Direttore, dalla Coordinatrice, dalla Presidente e da una volontaria e pubblicata giorno 1 aprile 2020 sul blog di Mario Iesurum – Coordinatore Qualità e Benessere che ringraziamo per la condivisione!

Elisa e Mauro, Coordinatrice dei Servizi e Direttore CSA Scarmignan di Merlara (26 marzo 2020)
Mi sono chiesto varie volte dove abbiamo sbagliato. Che cosa potevamo fare di più e di diverso per accompagnare le persone che vivono nella nostra struttura. Non sono riuscito a trovare una risposta: si è fatto con gli stessi tempi e con le stesse modalità quello che hanno fatto tutti gli altri all’inizio dell’emergenza. Forse lo sappiamo perché è scoppiata così da noi, per via di un asintomatico. Ma vallo a capire l’asintomatico (poi tamponato e scoperto positivo, e pure sintomatico!): mica gli occhi gli lampeggiano per avvertirti del pericolo! Non lo sapeva neppure lui: niente febbre, niente tosse, niente problemi respiratori, niente ossa rotte.


Quel che stiamo vivendo è sicuramente un’emergenza sanitaria, che si è trasformata in una emergenza psicologica e in una emergenza, ora e soprattutto, organizzativa. È questa che ci ha messo in ginocchio e falcidiato. Se da un giorno all’altro l’arbitro vi espelle metà dei vostri giocatori in campo è ben difficile resistere ad un nemico che gioca in modo subdolo. Perché́ alla fine questo è successo.

Dopo aver scoperto il caso – per caso – di una residente in struttura positiva al coronavirus, in due giorni sono stati fatti tamponi a tutto il personale, qualcuno in più per cautela, e il giorno oltre metà dell’organico è stato posto in isolamento. Togliete qualche malattia, anche precauzionale, e qualche congedo parentale – perché comunque la salute di suo figlio è più importante di quella dei figli di quelli che invece vanno a lavorare – alla fine saranno rimaste circa quindici unità, di cui un’infermiera e sette operatori (forse sei). Sia ben chiaro, tutto legittimo!
Abbiamo cercato ovunque personale da assumere, ma nulla. Alcune strutture generosamente hanno acconsentito di far giungere dei dipendenti che avevano offerto la loro disponibilità a dare supporto. E così, eroicamente, grazie alla generosità di tutti, alla vicinanza e al concreto supporto della Presidenza e dell’Amministrazione comunale, abbiamo continuato ad assistere i nostri anziani.
Ora sapete tutti che compromettere il precario equilibrio di un novantenne che risiede da noi è già terrorizzante nei giorni felici in cui si fanno le feste coi parenti. Medici, riabilitatori, parenti e amici che raccomandano di no, che sarebbe meglio che il nostro residente non scendesse perché ognuno ha la propria competenza da mettere a servizio e qualcuno le proprie ansie da esprimere. Figuratevi se il fragile equilibrio fisico e psichico per giorni viene compromesso per l’impossibilità di poter garantire il consueto livello di prestazioni di assistenza di base e di sostegno psicologico! Non sono un geriatra, non sono un medico, ma suppongo – peraltro senza prove concrete da esibirvi ora – che le deboli difese immunitarie dei nostri residenti subiscano delle vergate che in certi casi divengono letali. Dal 14 marzo ad oggi a Merlara abbiamo contato sedici morti.

Senza fare i tamponi non sapremo mai se in altre strutture ci sono positivi al coronavirus. Eppure, quando li facciamo, qualcuno lo troviamo. Altrove, in altre strutture del Veneto non ci sono morti, ma probabilmente qualcuno con coronavirus, chissà. Ma lì l’organico è ancora intatto, eroico, combatte con le proprie ansie e le ansie altrui, ma mantiene alto il livello delle prestazioni assistenziali, di base, in primis. Sicuramente ve ne sono di asintomatici tra gli OSS e gli infermieri che continuano a svolgere il loro lavoro e a condurre la propria attività dentro e fuori la struttura, ma non lo sappiamo. Dove lo sappiamo, vengono allontanati per sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, ma senza avere il famigerato «piano B».

E non ci resta che contare i morti, i vecchi morti. I vecchi che erano la mamma e il papà di qualcuno, che avevano un nipote che scrive cartelli #Andràtuttobene, che avevano una storia da raccontare, e che sono morti, ben che vada, salutando qualche minuto prima per videochiamata la figlia tramite il cellulare di una volontaria incappucciata – giustamente – come una palombara.


Sempre in nome di sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, i loro corpi, i corpi di quelli anziani che sino a due settimane prima curavamo di carezze, abbracci e creme idratanti, vengono oggi avvolti, così come sono, in un primo lenzuolo bianco imbevuto di soluzione a base di cloro, poi in secondo lenzuolo che lasci scoperta solo la testa: il necroscopo non deve toccare il corpo, è infetto.

In nome delle, già chiare e sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, ai familiari, invece, gli affetti di una vita, non è nemmeno concesso vederlo quel corpo. E per quella famiglia finisce tutto, anche la dignità dell’ultimo saluto che sarà forse recuperata in tempi migliori, quando #l’Andràtuttobene diverrà realtà. Per chi resta, per gli operatori di struttura, tutto continua, l’operazione di «composizione» della salma si ripete anche per due, tre, quattro volte a turno. Si fa fatica a resistere: noi siamo abituati a proteggere i nostri anziani anche da morti. Siamo abituati a prepararli con l’abito della festa, il foulard preferito e un rosario tra le mani. Portiamo dei fiori nella camera mortuaria e al momento della loro partenza li salutiamo discreti, accanto ai familiari, con le lacrime agli occhi e il sentimento d’onore per averli potuti accudire.

Ora la spazzina porta via tutto, i nostri anziani e anche i nostri sentimenti. Non c’è più tempo per nulla, niente fiori, niente saluti: ora dobbiamo decidere se dedicarci a imboccare chi ancora potrebbe farcela o curare il corpo di chi se n’è andato. «Cerchiamo di prenderli e di tirarli in qua e poi niente li dobbiamo lasciare andare…», dice una collega.
Tutto questo passerà, ma lascerà tracce indelebili. Ci sono immagini, parole, voci, suoni che resteranno nella mia mente per sempre. I corpi dei defunti, la parola luce (dentro a tanta tenebra), la voce di un figlio che dice alla madre «mamma, non sei mai stata più bella di così!» e il cicalio incessante dei campanelli che mi fa compagnia anche nel sonno.
Al dolore dell’anima si aggiunge la fatica fisica. Non sono più i turni interminabili, il peso da affrontare, ma il dover lavorare dentro dispositivi di protezione che ti tolgono il fiato. Dopo quattro ore di lavoro con la mascherina incollata al viso, l’ossigenazione è al limite e la testa gira. Dentro le tute si suda parecchio, diventa difficile poter bere, se bevi troppo poi devi andare al bagno e le procedure di svestizione non aiutano. Ma con un po’ di allenamento ci si abitua anche a questo e a fine turno si respira a pieni polmoni.
Anche questo passerà. Tutto è cominciato coi tamponi. Tamponi a tutti, per la tutela della salute pubblica, per sapere: il bravo tecnico se non conosce, non può cercare soluzioni; per sedare le ansie, pure queste legittime, al tempo delle «mascherine per tutti», anche se poi vedo al supermercato signore di mezza età esibire – goffamente – rarissime FFP2 sottosopra (e quindi inutili).

Sono francamente preoccupato di questo tamponamento collettivo in partenza per il personale delle nostre strutture, un ingorgo di ansie, di fame di conoscenza e sete di soluzioni, che ha costretto il Merlara a giocare in quattro contro la Juve. Aggiungiamo poi che il processo non è né tempestivo, né predittivo.

Facciamo il tampone oggi e ben che vada il risultato lo conoscerai domani. In un giorno potresti esserti positivizzato, ma va bene…un giorno. Conosco situazioni in cui i tamponi sono stati fatti il 20 marzo e il risultato conosciuto forse il 27 marzo.
Intanto gli asintomatici hanno continuato a fare il loro lavoro e la loro vita. Oppure oggi facciamo il tampone a metà del personale e per il resto vi dirò.

Come possiamo saziare la nostra sete di conoscenza se beviamo piccoli sorsetti in modo incostante? Avremo calmato le ansie di qualcuno e dimezzato qualche squadra con gli effetti di cui sopra. Per questo l’emergenza sanitaria diventa emergenza organizzativa e i vecchi muoiono non di coronavirus, ma in costanza di coronavirus (due dei nostri erano negativi): un corpo debole quando non mangia, non beve, non prende le pastiglie con regolarità muore, positivo o meno.

Stavamo al lago Fagnano giorni orsono, dove al tramonto non ti assalgono le sindromi, ma il pensiero corre libero e leggero donde el mundo se va terminando. Leggevo di Bergamo, così lontana là, en el fin del mundo. Volevamo tornare, non vedevamo l’ora di tornare tra la nostra gente, tra i nostri vecchi. Siamo scesi dall’aereo a Bologna e Bergamo non era mai stata così vicina. Inaspettatamente, la fine del mondo.

Roberta, Presidente (30 marzo 2020)CSA Scarmignan di Merlara

Improvvisamente le nostre vite sono cambiate, la scala delle priorità ha subito un radicale riordino, siamo piombati nell’emergenza. L’emergenza puoi viverla ascoltando i notiziari, frequentando i social, se qualcuno te la racconta, ma la vivi veramente solo se ti ci trovi in mezzo. La senti e la respiri quando cerchi aiuto e non lo trovi, quando non sai qual è la soluzione e soprattutto non sai se c’è una soluzione. Ti chiedi come poterla affrontare, con quali competenze, quali conoscenze. Chi e come si deve intervenire: cosa faccio ora, chi metto in salvo. Ti scopri impreparato, instupidito, impotente, poi ti rimbocchi le maniche, ti dici «ok tocca a me, devo occuparmene, devo fare del mio meglio».

Bene, allora scegliamo la strada che sembra più giusta, tuteliamo tutti: gli ospiti, la parte più fragile ed esposta, i dipendenti, la parte indispensabile alla struttura. Il risultato ci annichilisce… chi poteva pensare ad un tale esito. Eravamo pionieri, non c’era storia conosciuta, con tutta la buona volontà non potevamo pensare prima ad un piano B. Un attimo di disorientamento e il pensiero più razionale che viene a galla è di recuperare subito personale; ma il mercato non offre nulla, le cooperative e le agenzie non dispongono di personale per il sociosanitario. Le aziende sanitarie hanno già fatto incetta di tutte le professionalità disponibili, consapevoli dell’emergenza in arrivo. «Bene, allora datecela voi una piccola task force per coprire l’assenza per quarantena di oltre il 50% del nostro personale». Richiesta persa nel vuoto, anzi, nell’insipienza di un Direttore Generale che sostiene che il problema è nostro. IL PROBLEMA È NOSTRO. IL PROBLEMA È NOSTRO. Non capisco, non accetto, non può essere che la cura di settantuno ospiti (due erano già ricoverati) tutti di fatto non autosufficienti, sia un problema nostro.

No, non è umano, non è la sanità per la quale io pago tasse su tasse, non è la sanità che rispecchia la nostra Costituzione. È la risposta di una politica di interessi e di potere, non di una politica del bene comune. E allora penso che non abbiamo sbagliato, noi abbiamo fatto quello che era giusto fare, è il sistema che è sbagliato e ora ne paghiamo le conseguenze e riusciamo a malapena a seguire i nostri ospiti, sfiancando fisicamente ed emotivamente il poco, eroico, personale ancora attivo. Garantiamo il minimo, li vediamo soffrire, spegnersi velocemente e siamo attoniti. Riprendiamo i pochi fili rimasti nella tela e cerchiamo di continuare a tessere, raccogliendo tutti quelli che troviamo affinché la tela sia più resistente e continuando a tessere e a raccogliere fili, a unire umanità e sensibilità diverse e parimenti costruttive.

Padmah, volontaria, psicologa (31 marzo 2020)

La soglia varcata in quel primo lunedì ha fatto la differenza. La percezione più nitida consiste nel sapere che quello che si pensava fino a ieri regge a fatica davanti a quello che si vive oggi e le parole tremano perché domani potrebbero essere vuote. L’immagine della guerra, che si rianima negli anziani incontrati e nella loro capacità di resistere, si confronta con il silenzio e l’invisibile che prendono il posto delle bombe e dei crolli evidenti. Le emozioni sono le stesse, le paure forse ancora più forti, perché sembra non si possa scappare, non ci sia un luogo di rifugio in cui poter riposare, almeno per un po’. Soprattutto, al confronto dell’essere bambini che guardano agli adulti, sono vecchi e dovrebbero poter insegnare; invece muoiono soli e senza respiro. I loro corpi esautorati da ogni possibilità di cura e vicinanza se ne vanno tra lenzuola bianche e la fretta di essere eliminati. I loro oggetti insacchettati, come i cuori di chi li ha amati. Gli occhi di quelli che un tempo ormai lontanissimo si chiamavano caregiver, gonfi di lacrime dietro occhiali e mascherine di protezione, si abbassano per frenare le onde di una tragedia che sta tracciando solchi profondi.

Come un mazzo di carte che si sta rimescolando, si estrae la carta dell’Amore, quello che abita in fondo all’Essere e risponde a quel principio di Sant’Agostino: ama et fac quod vis, «ama e fa ciò che vuoi», con quel vis che significa anche «forza». Allora, sì, li ho abbracciati, ho accettato i loro baci di gratitudine per aver permesso che vedessero i loro familiari con il «telefono magico», che hanno accarezzato e baciato pure quello, con le voci rotte dalle emozioni e lo sguardo che tornava ad essere vivo. A quel telefono, chi ha affidato l’ultimo saluto, con lo sforzo dell’amore di madre che porta una mano alla bocca per quell’ultimo bacio con cui il figlio potrà sapere che le madri non muoiono mai perché hanno amato. L’immensamente tragico e l’infinitamente bello stanno ballando una danza inscindibile, fuori e dentro ciascuno.

Nel mentre dei giorni serrati, sentire il fruscio delle tute bianche e dei calzari che rendono quasi indistinguibili medici, operatori, infermieri, volontari, direttore, assistente sociale, coordinatrice, fisioterapista sembra il sussurro sottile che dice: «siamo Uno». Quell’Uno pregato dal Cristo, vero come non mai, qui nel tempo di un virus cui spetta l’arduo compito di educarci e riportarci al senso di vivere. Ma che, nel frattempo, ci sbatte in faccia il costo di aver scavato nel vuoto e si porta via i nostri vecchi, nel mentre delle TV accese che vomitano le parole e le immagini, caparbiamente.
E poi la gratitudine dei familiari. Quelli che ancora possono vedere i loro anziani, seppure su uno schermo di smartphone e quelli che sono stati chiamati per un umile conforto, nelle case in cui, inimmaginabilmente, si è innocenti reclusi, a cui offrire la speranza di un giorno in cui si farà una grande cerimonia di saluto. Tutti insieme perché all’unanimità si sentono una famiglia con la comunità della casa di riposo. Oggi, il peggio sembra essere passato, almeno qui. Gli aiuti e la forza di resistenza stanno permettendo un giro di boa, gli anziani sono alzati e mangiano insieme, ritorna il tempo per potersi parlare e cominciare a dare forma a questa esperienza. Si pensa a come uscire dal trauma, a come porre a servizio di altre strutture questa esperienza perché non accada, almeno non con la stessa emergenza e lo stesso peso tremendo. Ormai, sembra chiaro che nel conto dei morti bisogna inserire l’equazione di proporzionalità diretta per cui senza assistenza è impossibile farcela, almeno per i più deboli. Adesso, si intravede la strada per ritrovare un senso a questo vivere, in cui nulla sarà più come prima, e meno male, viene da dire, perché sembra necessario rifondare il senso di una stretta di mano, lo spazio dell’essenziale, il tempo di Essere perché quello dell’Avere ci ha reso mostruosi. Adesso, forse solo adesso, si può tornare a comprendere che non abbiamo fatto noi il Cielo. Forse solo adesso si può comprendere cha siamo Uno.

Altri
Articoli