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«Un ramo di mimosa»

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Era successo improvvisamente in un giorno di marzo, quando l’aria tiepida preannunciava l’imminente primavera.

Un ramo di mimosa sul comò della mia stanza regalava una nota di colore e mi lasciava immaginare la bellezza della natura che si stava risvegliando.

Presagivo  la gioia delle passeggiate nel parco con Isabel, mia figlia, e le nostre interminabili chiacchierate. Poi improvvisamente quella mattina tutto il personale di cura arrivò puntuale, con le mascherine sul volto. Con fare rassicurante dissero a me e agli altri compagni: «Circola un virus letale, pericoloso, in modo particolare per voi anziani e si tratta di proteggervi».

All’inizio mi dispiacque un po’ non riconoscere i sorrisi e la mimica del volto: provavo ad immaginare i nomi delle infermiere dalle fattezze del corpo, dal modo di incedere.

La giornata si svolse come al solito, scandita dal ritmo delle attività. Giunse nel tardo pomeriggio la telefonata di Isabel: mi raccontò con sincero dispiacere, che non sarebbe venuta: il virus obbligava a distanziarci, a proteggerci. Le dissi si stare serena, in fondo non mi mancava nulla. Avrei tollerato, ma una fitta bruciante mi sorprese già come un’assenza, un vuoto improvviso.

Arrivò la sera di quel primo giorno, a cui ne sarebbero susseguiti molti altri e fui lieta di scivolare in un sonno ristoratore. Nel sogno la primavera esplodeva nella sua vitalità e mi ritrovai bambina, cullata dalle braccia di mia madre mentre i miei fratellini felici giocavano sull’aia.

Il mattino successivo mi resi conto che «il  virus» era l’oggetto di conversazione: non si era mai vista una cosa simile. E sì che pensavo di aver vissuto molto e di possedere una discreta esperienza di vita! Un virus pericolosissimo, che falcidiava i più fragili, come me.

Una certa nota di ansia si insinuò e fece breccia in me: come avrei voluto raggomitolarmi ancora in quel caldo abbraccio del sogno! Le voci delle infermiere mi giungevano attutite dalle mascherine e il mio udito, già così fragile, non mi aiutava nel recepire le parole e le intenzioni di chi mi parlava.

C’era una sintassi nuova in quel linguaggio: distanziamento, isolamento sociale… Come se non bastasse vivere nella Residenza Sanitaria: certo lì gli operatori si prodigavano per alleggerire l’assenza dei nostri familiari, ma il virus ci costringeva a stare lontani, a evitare il contatto, una stretta di mano, il calore di un abbraccio.

Isabel mi contattò nuovamente: assaporavo quegli attimi in cui la telefonata si prolungava per dirci cose ovvie: «hai mangiato? Stai bene?». «Non preoccuparti!». Mi sforzavo di trattenere il suono della sua voce e di ritrovarlo durante il giorno, quando l’assenza si faceva più dolorosa, quasi come una ferita bruciante.

E così guardavo dalle finestre esplodere la primavera: gli alberi slanciati, già rivestiti di tenere foglie, i primi fiori nel prato. Assaporavo l’aria fresca  e pulita e provavo a respirare lentamente, lasciando che i ricordi riaffiorassero ancora. Quella festa di paese, in cui per la prima volta incontrai il mio Tony: era un giorno di primavera, proprio come oggi. C’era musica, profumo di pane fresco, i nostri sguardi giovani ed innamorati s’incontrarono. Ancora a pensarci mi emozionava! Oggi il tempo si era fermato, nell’attesa di un domani non più desiderabile.

Ma che cosa stavo pensando, mi rimproverai. Certo che volevo e desideravo più di ogni altra cosa l’abbraccio di Isabel.

Quando sarebbe ritornata, sarei stata lì con lei in quel caldo ed infinito abbraccio per dirle quanto mi era mancata.

Guardai il ramo di mimosa e sorrisi, sognando l’abbraccio che sarebbe arrivato.

I nomi citati sono di fantasia, così come questo racconto che si ispira ad una storia di vita.

Alessandra Bernardinello
Infermiera Casa di Riposo San Gaetano – Opera don Guanella

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