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«Scriviamo una nuova vita», la lettera di Fosca

Data

È l’11 marzo quando torno a casa dopo una giornata dedicata alla stesura del piano di emergenza e alla individuazione della stanza da dedicare ad un eventuale isolamento: il laboratorio di animazione. L’unico dotato di bagno e di attacco per ossigeno. Bisogna però svuotarlo e chi lavora in casa di riposo sa cosa sono in grado di accumulare gli educatori. Ma è tardi, domani ci penseremo.

Preparo veloce la cena, ma ho i brividi. «No», penso, «no», domani devo sistemare il laboratorio, come faccio. Sarà stanchezza, lo stress di queste intense settimane. Mangio, prendo una Tachipirina e vado a letto.
Mi sveglio, mi alzo, mi preparo la colazione. Ho i brividi. Piango. Misuro la temperatura: 37,8.

«Chi ha febbre superiore ai 37,5 gradi è fortemente raccomandato di restare presso il proprio domicilio…». Telefono al lavoro. Prendo un’altra Tachipirina e passo la mattinata con l’Amuchina a pulire casa e a rispondere al telefono dando e ricevendo indicazioni sul «trasloco». Sto bene. Poi al pomeriggio crollo. La febbre sale e, ok, per oggi il divano è mio.

È influenza, respiro bene, poi però scompare l’olfatto, persiste la diarrea, la febbre non vuole andarsene e quel mal di testa forte che scoppia. Forse non è solo influenza.Senza un tampone il dubbio naviga tra i pensieri e sale l’ansia, cresce la paura di essere stata a contatto con persone più fragili. Ragioni: la mascherina l’hai sempre portata, ma sarà bastato? Chiedo notizie tutti i giorni, ma loro stanno bene. Prego ogni sera e ogni mattina. Mi sveglio la notte e il cuore è agitato, troppo. Concentrati, respira piano, passa.

Trascorrono i giorni, a volte lenti, a volte veloci. Il sole diventa tiepido, poi arriva l’aria gelida, la neve sulle montagne, inizia la primavera, torna il caldo, il ciclo continua.
Mi sento in colpa, tremendamente in colpa per non essere con i miei colleghi, per non essere con le persone con cui da diciassette anni trascorro gran parte della mia vita.

Sto meglio, vorrei tornare, ma bisogna che trascorrano quindici giorni. Inizia la quarantena. E per fortuna arriva l’obbligo del tampone per gli operatori sanitari. Fatto. Ora l’ attesa dell’esito.

Mi dispiace. Mi dispiace essere stata lontana, ma vorrei dire GRAZIE ai medici di base, ai parenti, agli educatori, ai fisioterapisti, agli OSS, agli infermieri, agli addetti alle pulizie, agli operatori delle lavanderie, ai tuttofare, ai cuochi, alle segretarie, alle Superiore, che hanno lavorato e continuano a farlo nel migliore dei modi per cercare di contenere e di prevenire.

Siamo esseri umani, anime e corpi, cuori e cervelli forti e vulnerabili. Abbiamo bisogno di amicizie e di solitudini, di cure e di rispetto, di lavoro e di riposo.

Che questo sia per tutti noi il tempo giusto per pensare e ricominciare con uno spirito diverso questa grande avventura che ci hanno donato: PER FAVORE, SCRIVIAMO UNA NUOVA VITA!

Fosca

 

 

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