N. 6 - giugno - 2017


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<<È la primavera del 1992 e ci troviamo in una piccola chiesa di Boston. Alcuni ecclesiastici si sono riuniti per discutere di un problema molto grave:l’incremento spaventoso di violenze e uccisioni tra le gang di strada, che hanno portato alla morte di circa settanta giovanissimi ragazzi in un anno e che ne vedono tanti altri in attesa di vendetta. Tra gli ecclesiastici citati ne spicca uno in particolare: Jeffrey Brown, ministro battista che, assieme a pochissimi altri, decide di smetterla con le riunioni tra ministri e famiglie «per bene» e sceglie di andare per strada a parlare ai ragazzi, sfidando i quartieri malfamati di Boston. Jeffrey Brown capisce che le riunioni settimanali di predicatori a base di polemiche e di «belle parole», dove questi ragazzi continuano a essere dipinti solo come un problema da risolvere per il bene della comunità, non sono realmente efficaci perché non permettono di raggiungere l’unico scopo sensato: la riduzione della violenza.

Nonostante le difficoltà iniziali, e con molta gradualità, Jeffrey riesce ad avvicinarsi a questi ragazzi, a costruire un dialogo con alcuni di loro, a capire le motivazioni che li spingono a perpetrare la violenza, ad aiutarli poi concretamente, segnando l’inizio di quell’inversione di tendenza che passerà alla storia con il nome di «Miracolo di Boston» (1).>>


La storia di Jeffrey Brown può essere utile a tutti noi per riflettere su concetti centrali per la nostra vita e il nostro lavoro: leadership, ascolto, dialogo e comunicazione efficace, risoluzione dei conflitti e cambiamento reale delle situazioni negative. Le domande infatti sorgono spontanee: come ha fatto questo ministro battista a cambiare la situazione? Come è riuscito a farsi ascoltare e a dialogare con quei ragazzi, così lontani dal suo mondo e così abituati alla durezza della vita? 

Per prima cosa è stato mosso da una reale volontà di dialogare con loro. Spesso tendiamo a dimenticare che in situazioni di conflitto o d’incomprensione con altre persone, ci ritroviamo a criticare i loro atteggiamenti, ad avanzare le nostre pretese o accuse, ma difficilmente mettiamo in gioco noi stessi. Trattiamo «l’altro» come una persona da portare sui nostri passi e non ci sforziamo invece di trovare il modo di camminare insieme. Tuttavia sappiamo che la comunicazione può avvenire solo se entrambe le parti scelgono di mettersi in discussione, rendendosi disponibili anche alla rinuncia di alcune certezze, abitudini o valori personali, qualora servisse a «integrarsi» meglio con l’altro. In sostanza, affinché il dialogo possa avere inizio è necessario smettere di vedere l’altro come altro, e iniziare a vederlo invece come una parte di noi. Questo è ciò che ha fatto Jeffrey: ha rinunciato all’abitudine di predicare, alle sue certezze su cosa fosse giusto e sulla delinquenza dei ragazzi, alla volontà di distinguersi con orgoglio dalla loro violenza. E questa rinuncia gli ha dato il coraggio di andare tra loro, in silenzio, a fare domande, con gentilezza. Ha puntato sull’autenticità e sulla coerenza: ha scelto di essere sé stesso – rimanendo gentile e curioso, senza fingersi «duro» – per permettere ai ragazzi di fare altrettanto e, soprattutto, per creare quella fiducia di base che è fondamentale perché si instauri un dialogo. 

Ognuno di questi principi è tanto intuitivo quanto difficile da mettere in pratica. È chiaro che non possiamo pensare di risolvere le nostre difficoltà relazionali semplicemente ricordando questi concetti. La grande lezione che possiamo trarre da Jeffrey, infatti, sta proprio in questo: fino a che ognuno di noi non sarà disposto a «smettere di fare la predica», camminando con coraggio nel proprio «quartiere malfamato», non potrà sperare di affacciarsi a un cambiamento.  



Note:

(1) La presente storia è stata ricostruita a partire dalla narrazione contenuta in: A. Cuddy, Il potere emotivo dei gesti, Sperling&Kupfer, New York 2016, pp. 48-67. 


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