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«La risposta»: una storia di Luca Croci

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La signora Sandra è una donnina di poche parole e così curva da non riuscire a guardarmi in faccia.
«Signor direttore, è un lavoro difficile il suo, eh?»
mi ha detto stamattina, vedendomi attraversare il corridoio della residenza con la solita pila di documenti sottobraccio.

Non ho saputo cosa risponderle e mi sono limitato a rallentare il passo per camminare al suo fianco. Le ho tenuto la porta aperta e l’ho guardata sedersi su una delle panchine del vialetto, da sola. La figlia viene a trovarla ogni tanto, sempre meno, e il resto del tempo la signora Sandra lo passa con noi, una sorta di famiglia di adozione, tanto effimera quanto vera. La figlia vive lontano. «Vorrebbe tanto venire più spesso, ma adesso le è capitato questo divorzio e allora come si fa?», mi ha spiegato la signora Sandra seduta al tavolo della colazione con gli occhi umidi e le mani nodose abbandonate in grembo.

Quando piove la sala della televisione e la biblioteca sono così affollate che mi sembrano sempre troppo piccole, ma oggi no: è la prima giornata di sole di una primavera tardiva che non riesce a farsi strada. Mi fermo ad aprire le finestre del refettorio.

È il signor Alfonso che me lo ha fatto notare ieri quando è venuto nel mio ufficio con il figlio per le pratiche di ammissione: «Quest’anno l’inverno non finisce più». Cercava di distrarre quel ragazzo piegato dalla vergogna di non riuscire a occuparsi del padre e per farlo gli parlava dello scorrere delle stagioni.

Ma il tempo qui dentro è un altro. Si aggrappa alla memoria, anche quella persa in logiche confuse, resta impigliato a lungo nel silenzio, si esaurisce, poco per volta.

Non sono tanti quelli che guardano ancora l’orologio qui.  La maggior parte si lascia sorprendere dalla sera che inghiotte le stanze rimaste vuote, da un nipotino che esce correndo dall’ascensore, dalla voce forte di un’inserviente che saluta tutti prima di andarsene. «Ah, ha finito anche oggi la Francesca!» risponde ogni giorno il signor Ettore con un’aria sinceramente sorpresa. E, dicendolo, annuisce lentamente, come se stesse benedicendo il corso sempre uguale delle cose.

Francesca è giovane, di quella giovinezza un po’ sfacciata che non ha ancora paura di diventare vecchia e quando esce di qui, lei, non ci pensa più al signor Ettore. Ma tutti nella residenza le vogliono bene, perché non li tratta mai né come bambini né come depositari fragili di una saggezza obbligatoria.

Non sono tutti così, però, i miei collaboratori. Alcuni hanno un’impazienza che non c’entra niente con i pomeriggi lunghi, i vuoti di memoria, le notti insonni, le ossa che fanno male. Le famiglie si lamentano e io mi siedo, cercando di mettere insieme il tempo di tutti. Quello che non si può perdere degli uni, quello pieno di sgomento degli altri.

È a questo che pensava la signora Sandra stamattina? È un lavoro difficile il mio? Cerco ancora la risposta. Basterà dire «a volte» per dare un’idea delle mie giornate? Oppure «dipende» per rendere conto della diversità dei miei interlocutori?
Mi viene in mente un proverbio africano che dice «Fai fruttificare l’eredità che ti viene lasciata» e, guardandomi intorno, trovo finalmente la risposta.

Il mio lavoro non è difficile, è pesante, o meglio ha peso: il peso del presente e dei futuri brevi, quello della memoria, tutta, e del lungo termine, quello del rispetto e della dignità.

Luca Croci,
Direttore della RSA «Il Palio» di Legnano (MI)

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