«Un ramo di mimosa»

Era successo improvvisamente in un giorno di marzo, quando l’aria tiepida preannunciava l’imminente primavera.

Un ramo di mimosa sul comò della mia stanza regalava una nota di colore e mi lasciava immaginare la bellezza della natura che si stava risvegliando.

Presagivo  la gioia delle passeggiate nel parco con Isabel, mia figlia, e le nostre interminabili chiacchierate. Poi improvvisamente quella mattina tutto il personale di cura arrivò puntuale, con le mascherine sul volto. Con fare rassicurante dissero a me e agli altri compagni: «Circola un virus letale, pericoloso, in modo particolare per voi anziani e si tratta di proteggervi».

All’inizio mi dispiacque un po’ non riconoscere i sorrisi e la mimica del volto: provavo ad immaginare i nomi delle infermiere dalle fattezze del corpo, dal modo di incedere.

La giornata si svolse come al solito, scandita dal ritmo delle attività. Giunse nel tardo pomeriggio la telefonata di Isabel: mi raccontò con sincero dispiacere, che non sarebbe venuta: il virus obbligava a distanziarci, a proteggerci. Le dissi si stare serena, in fondo non mi mancava nulla. Avrei tollerato, ma una fitta bruciante mi sorprese già come un’assenza, un vuoto improvviso.

Arrivò la sera di quel primo giorno, a cui ne sarebbero susseguiti molti altri e fui lieta di scivolare in un sonno ristoratore. Nel sogno la primavera esplodeva nella sua vitalità e mi ritrovai bambina, cullata dalle braccia di mia madre mentre i miei fratellini felici giocavano sull’aia.

Il mattino successivo mi resi conto che «il  virus» era l’oggetto di conversazione: non si era mai vista una cosa simile. E sì che pensavo di aver vissuto molto e di possedere una discreta esperienza di vita! Un virus pericolosissimo, che falcidiava i più fragili, come me.

Una certa nota di ansia si insinuò e fece breccia in me: come avrei voluto raggomitolarmi ancora in quel caldo abbraccio del sogno! Le voci delle infermiere mi giungevano attutite dalle mascherine e il mio udito, già così fragile, non mi aiutava nel recepire le parole e le intenzioni di chi mi parlava.

C’era una sintassi nuova in quel linguaggio: distanziamento, isolamento sociale… Come se non bastasse vivere nella Residenza Sanitaria: certo lì gli operatori si prodigavano per alleggerire l’assenza dei nostri familiari, ma il virus ci costringeva a stare lontani, a evitare il contatto, una stretta di mano, il calore di un abbraccio.

Isabel mi contattò nuovamente: assaporavo quegli attimi in cui la telefonata si prolungava per dirci cose ovvie: «hai mangiato? Stai bene?». «Non preoccuparti!». Mi sforzavo di trattenere il suono della sua voce e di ritrovarlo durante il giorno, quando l’assenza si faceva più dolorosa, quasi come una ferita bruciante.

E così guardavo dalle finestre esplodere la primavera: gli alberi slanciati, già rivestiti di tenere foglie, i primi fiori nel prato. Assaporavo l’aria fresca  e pulita e provavo a respirare lentamente, lasciando che i ricordi riaffiorassero ancora. Quella festa di paese, in cui per la prima volta incontrai il mio Tony: era un giorno di primavera, proprio come oggi. C’era musica, profumo di pane fresco, i nostri sguardi giovani ed innamorati s’incontrarono. Ancora a pensarci mi emozionava! Oggi il tempo si era fermato, nell’attesa di un domani non più desiderabile.

Ma che cosa stavo pensando, mi rimproverai. Certo che volevo e desideravo più di ogni altra cosa l’abbraccio di Isabel.

Quando sarebbe ritornata, sarei stata lì con lei in quel caldo ed infinito abbraccio per dirle quanto mi era mancata.

Guardai il ramo di mimosa e sorrisi, sognando l’abbraccio che sarebbe arrivato.

I nomi citati sono di fantasia, così come questo racconto che si ispira ad una storia di vita.

Alessandra Bernardinello
Infermiera Casa di Riposo San Gaetano – Opera don Guanella

«Sono loro a darci la forza» di Miriam Regonesi

Sono un operatore socio sanitario di una Rsa della Valle Seriana e sono anche la figlia di Luciano, morto a settantasette anni per il covid, il 26 marzo 2020.
Mio padre era ricoverato per una frattura al femore e il virus non gli ha lasciato scampo. Questo breve scritto nasce innanzitutto per poter ringraziare pubblicamente tutta l’équipe dell’accorpamento chirurgia-ortopedia dell’ospedale di Lovere che nelle settimane che hanno visto il ricovero di mio padre non ci ha mai lasciati soli.  Nonostante il difficile momento, tutti si sono sempre dimostrati disponibili e attraverso quotidiane telefonate o videochiamate ci hanno permesso di rimanergli accanto, anche se non fisicamente.
Il dolore del distacco rimane grande. È difficile non vedere più tuo marito/padre se non il giorno in cui, in una cassa già chiusa e con un breve rito da parte del sacerdote, parte per la cremazione insieme ad altre due salme.
Ma questo dolore, purtroppo, sta accomunando tante persone.
Ed è con il mio lavoro di OSS che vedo tanti figli affrontare le stesse nostre paure, i nostri stessi dolori, la nostra stessa rabbia, la nostra stessa impotenza. So cosa provano, come si sentono. So cosa succede dentro di loro quando, nel cuore della notte, ricevono la fatidica telefonata.
Quotidianamente, con il nostro lavoro, cerchiamo di non far sentire ai nostri anziani il dolore del distacco dai propri cari: videochiamate e telefonate sono diventate parte della routine. Piano piano si cerca di tornare ad una parvenza di normalità con le attività della palestra o dell’animazione.
Allo stesso tempo cerchiamo di accogliere le preoccupazioni dei loro cari dando più informazioni possibili e non facendo loro mancare mai l’ascolto, anche solo durante le telefonate.
Non è facile, ma è questo quello che ora ci viene chiesto.
Questa pandemia ci ha cambiati, ci ha distrutti fisicamente e moralmente. Ma dentro di noi abbiamo trovato forze che mai avremmo pensato di avere. E questo grazie ai nostri anziani, che nella vita ne hanno passate tante e che non pensavano di dover affrontare anche questa guerra.
Sono loro che ci guardano negli occhi e ci sorridono nonostante le mascherine, gli occhiali e i camici. Sono loro che trovano le parole giuste per far forza ai loro famigliari durante le videochiamate. Sono loro che trovano momenti di normalità in giornate che di normale non hanno quasi più nulla.
È da loro che impariamo che tutto quello che viviamo ci fa essere più resilienti contribuisce a darci coraggio, aiuta a renderci migliori, anche in questi momenti in cui trovare qualcosa di positivo a volte è davvero difficile.
Miriam Regonesi

«VIDEOCHIamata». Storie di affetti in RSA

Il telefono suona con pulsazione regolare, mentre il cuore di Maria aspetta con ansia che la figlia risponda. Intanto si rimira un po’ stupita di essere proprio lei quella che appare nel monitor.
Ne approfitta per pettinarsi con gesti veloci,usando le mani, come faceva da giovane.

«Ciao mamma…»
Subito inizia un fitto dialogo, fatto di pause utili per comprendere il messaggio dell’interlocutore. È un’attività divenuta frequente e indispensabile: la videochiamata. Unico mezzo per mantenere i legami familiari; superare l’ansia, il senso di colpa di non essere presenza e per donare un sorriso a entrambe le parti.

Le RSA si sono svuotate dalla partecipazione sorridente, richiedente, accudente e premurosa dei familiari. Se molte persone anziane comprendono le motivazioni e mantengono precisi contatti telefonici in autonomia, per altri la visita quotidiana del proprio caro è divenuta una videochiamata settimanale o poco più. Molte volte rimproverano ai parenti la lontananza, altre volte chiedono con insistenza quando verranno a far visita. E io (come tanti altri colleghi) sono lì in mezzo a far da congiunzione tra due persone che prima del COVID19 sono sempre state vicine. Senza chiedere permesso sono, per necessità, astante della loro intimità. Solitamente non appaio nello schermo, dando l’impressione di non esistere. Ma la presenza silenziosa scompare quando abbisognano di un facilitatore nella comunicazione. Un mediatore in grado di rassicurare e far sì che quell’incontro sia tale. La figlia dopo aver salutato le pone la Domanda, quella con la «D» maiuscola: «Come stai?»
Maria risponde con noncuranza:
«Come vuoi che stia? Sto bene, ci vogliono bene, anche se qui siamo in prigione!»

Chiedere come si sta non è un semplice quesito ma è un interrogativo pregno di tutta l’angoscia che si vive sentendo i telegiornali, è uno scusarsi per non essere presenza, è voglia di riscatto per una situazione che genera rabbia e frustrazione: la quarantena. È un ribadire che
«io ci sono… non ti ho abbandonato!»,
«ti voglio bene!».

E quante volte i familiari esternano sentimenti ed emozioni! Il sentimento di prigionia è l’altro fattore che accomuna le parti. A Maria e sua figlia è stata stravolta la quotidianità. Nessuna delle due può fare quello che desidera e come lo faceva prima. Le mura della casa (di riposo) sono divenute limite. Ai parenti è interdetta l’uscita dall’abitazione, alle persone anziane lo sconfinamento dal proprio piano di vita.

«Dai mamma, non ti preoccupare appena sarà possibile ti veniamo a trovare. Tu non ti preoccupare e fai la brava… Lo sai che ti voglio bene».

Maria, nel sentire esternare un sentimento così puro, accarezza lo schermo, accarezza sua figlia. È un gesto così semplice e così pieno. Trabocca di affetto. É la stessa carezza che dava a quella bambina  ora cresciuta che deve essere figlia ma a distanza. Come Maria ci sono altre persone anziane capaci di piccoli gesti ricchi di affetto. Gino, a cui scappa una lacrima. Eugenia che si sforza di alzare la voce per farsi sentire. Romualdo che nonostante la demenza chiede quando potranno incontrarsi. Oltre ai figli, si aggiungono i nipoti con la loro allegria e premurosa parlata. Non solo, nelle schermate appaiono gatti, disegni con arcobaleni, l’orto, la torta sfornata e tutto quello che può essere una carezza. E io lì, come privilegiato spettatore. Si corre da un piano all’altro, si ricontattano familiari con cui non si è riusciti a mettersi in contatto, si entra nelle camere tenendo in mano il telefono in posizioni scomode ma funzionali.Si accompagnano le persone anziane in ambienti più tranquilli dove non dover combattere contro il brusio del refettorio.

Lo si fa perché è bello permettere l’incontro, perché siamo quella briciola di bene, perché siamo professionisti. E perché siamo anche noi figli. Non posso concludere questa semplice testimonianza se non ringraziando già da ora tutti i familiari che comprendono e che valorizzano il nostro operato. Vi riporto alcuni messaggi giunti sullo smartphone che utilizziamo in RSA.

MESSAGGIO 1: Vi ringrazio! Sono contenta di aver visto mia zia! Buona giornata! Avete tutta la mia ammirazione per questo momento così faticoso.

MESSAGGIO 2: Grazie ancora per tutto quello che state facendo per i nostri cari…

MESSAGGIO 3: Volevo ringraziare per la videochiamata, è stata una bella sorpresa. Grazie per averli protetti, come parenti ci sentiamo un po’ più sollevati.

Speriamo che tutto si risolva e di poter tornare a frequentare la Casa come un tempo. Al primo grazie non posso non aggiungerne un secondo indirizzato alle persone anziane in cui scorgiamo il sorriso, raggianti per aver vissuto un incontro speciale. La comunicazione si interrompe dopo una manciata di minuti. Aggiornamenti sul paese e sui parenti prossimi sono immancabili, così come la rassicurazione inerente la situazione in RSA e sul fatto che sarà avvisata appena sarà possibile accedere nuovamente alla struttura. La figlia scompare dallo schermo e Maria sorride. Non le importa più di come le stiano i capelli, ora è nuovamente certa di essere videochi amata

*I nomi citati sono di fantasia Luca Lodi

«Fuori le emozioni!» Di Giovanni Simonetti

Il mio pianto

Non ho mai pianto come in questo periodo. Ci sono momenti in cui non mi accorgo di piangere, lo sento dalle mie lacrime intrappolate nella mascherina che aderisce al mio volto e lo bagnano in modo inaspettato. La stessa mascherina che rende tutti noi uguali, con un volto privo dell’espressione della bocca, della forma del naso, delle rughe di espressione, del sorriso involontario che facciamo. Attraverso la mascherina vedo solo occhi, tutti uguali: tristi, impauriti, speranzosi e a volte arrabbiati, contriti e socchiusi.
Qualche nonno mi chiede perché indosso la mascherina e mi dice che sente qualcosa non andare per il verso giusto, come se gli stessimo nascondessimo alcune informazioni. Un senso di angoscia probabilmente traspare dai nostri occhi, dal nostro modo di lavorare, inevitabilmente modificato. Tutti i nonni mi ringraziano per aver visto i figli in videochiamata: qualcuno piange, piango anche io, sento e vedo tanto amore. Una figlia cerca conforto nello sguardo della mamma, non lo trova e allora dice che la ama tanto per smuovere il suo animo, mi guarda e piange ringraziandomi nuovamente per aver visto la sua mamma.
Una nonna nel suo letto, ormai nelle sue ultime ore di vita mi chiede un po’ d’acqua, le bagno le labbra e ride di felicità mentre le lacrime bagnano la mia mascherina. Le accarezzo il viso ma devo uscire dalla stanza per piangere. Devo fermarmi, riflettere, riprendere fiato e soprattutto farmi coraggio per andare avanti nella giornata tanto lunga e faticosa
Un corridoio pieno di carrozzine ammassate l’una sull’altra, tante le persone che ho spinto in quelle carrozzine, sacchi neri con effetti personali riempiono il salone delle feste che ora è vuoto e silenzioso. Chiudo gli occhi, sento la musica e la voce della nostra cantante, la fisarmonica e le note che pian piano prendono posto nel mio cuore, lo cullano e gli regalano un breve attimo di tranquillità in mezzo a tanto tormento.

I miei pensieri

Oggi è stata una giornata particolarmente riflessiva, ricca di emozioni contrastanti: ansia, paura, tristezza, amarezza, delusione, sconforto, felicità di essere a casa con la mia famiglia, contentezza di vedere mia figlia e mia moglie negli occhi, sentire le loro voci, i loro pensieri che si accavallano ai miei.
In questi giorni mi ripeto spesso che questo periodo ci sta dando la possibilità di fare tesoro del nostro tempo, sempre tiranno e mai sufficiente per fare tante cose, ci sta dando la possibilità di scoprire il potenziale di resilienza che alberga in ognuno di noi, ci sta dando la possibilità di fare cose che normalmente si trascurano (come le profonde pulizie di Rita), ci sta dando la possibilità di riposarci e di stare con la nostra famiglia, di andare verso l’essenza delle cose senza fronzoli e orpelli inutili, di capire cosa è davvero utile, di non spendere denaro in modo futile e superficiale. Ma questo tempo, che si è improvvisamente allungato fino a coprire tutta la giornata, ci sta regalando la gioia di capire le vere relazioni, i veri affetti. È come se naturalmente i legami deboli e poco nutriti si autoeliminassero spontaneamente, come una selezione naturale delle relazioni interpersonali.
Quante cose ho pensato in questi giorni, quante cose avrei potuto fare, ma la paura mi ha letteralmente bloccato. Quanti libri avrei potuto leggere ma il pensiero fisso di questo brutto virus mi ha annebbiato il cervello; quante cose avrei potuto scrivere ma la delusione e la bruttura delle persone mi ha inaridito il cuore; quante persone avrei voluto incontrare, ma non si può.
Questo è il tempo per pensare che la vita è un dono inestimabile e con lei tutto ciò che di essa fa parte, il mio essere, il mio tempo, il mio amore, le mie parole, le mie consuetudini che mi danno sicurezza, la mia famiglia che mi ama e che amo, le mie letture, i miei acquisti, il mio lavoro, i miei amici, il sole, i fiori, il viso delle persone, le passeggiate in una giornata di pieno sole di primavera, la brezza del mattino, la luna piena, il pensiero di una vacanza al mare, una cena con gli amici più cari, un buon bicchiere di vino rosso, una carezza, un bacio e….
…aggiungete voi le vostre parole più care.

Giovanni Simonetti

«La normalità che cura»: la testimonianza di Paola da Asti

Testimonianza di Paola Rabino, educatrice professionale presso la Casa di riposo Sandro Aluffi di Castelnuovo Calcea (Asti), Cooperativa “La Strada” apparsa precedentemente sul periodico

Altriasti: www.altritasti.it
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Il sereno trascorrere dei giorni: la normalità che cura
La nostra grande sfida in questo periodo di emergenza e di isolamento forzato è stata ed è quella di mantenere il più possibile la normalità, quella «routine vivace», di solito scandita dalle attività e dalle visite dei parenti e degli amici, tanto preziosa per i nostri ospiti e sconvolta in pochi giorni da quanto ci accade…
Così, anche nell’improvvisa chiusura all’esterno, quasi un doloroso alzare in fretta e furia il ponte levatoio che ci collega con il mondo, abbiamo tentato di conservare le nostre abitudini, e assicurato le attività scandendole nei vari giorni per cercare di renderli meno carichi d’ansia e di farli sembrare ognuno diverso dall’altro.
Prima di iniziare le attività ci curiamo di dare sempre un aggiornamento su ciò che sta accadendo nel nostro Paese e nel mondo: questo è necessario per filtrare le notizie che provengono dal telegiornale e per alleggerirle, perché in ogni caso i nostri ospiti hanno voglia di pensare ad altro facendo attività, di passare qualche ora in allegria per staccarsi dalla pesantezza del presente.
Certo, non si può negare che nonostante tutto ci siano anche momenti di sconforto.
È allora che una di noi accoglie il pianto, lasciandolo libero di scorrere, ma anche andando a ricercare nella memoria i punti di forza di ognuna delle esistenze preziose dei nostri ospiti. Può sembrare illogico, ma non si tratta degli attimi felici, piuttosto delle memorie dei momenti duri di cui loro spesso parlano, soprattutto la guerra. Perché è in quei periodi drammatici che hanno trovato in se stessi la forza per andare oltre e il nostro supporto, nella prossimità, è dar loro i mezzi per trovarla ancora.
Un altro grande rifugio è la preghiera. Le ospiti hanno attivato spontaneamente il Rosario nel pomeriggio: una signora le raduna e insieme lo recitano ogni giorno prima di svagarsi giocando a carte. Forte, anche nel ricordo, il legame con la sfera religiosa. Letizia, che proprio in questi giorni ha compiuto cento anni, ha dovuto penare due anni per riuscire a sposarsi e due volte ha fatto una novena in ginocchio, girando intorno ad una chiesa: questi sono i momenti di forza che ricordiamo per ritrovare e far scaturire la potenza necessaria a oltrepassare quello attuale. Affrontiamo queste piccole e grandi maree di emozioni giorno per giorno, attendendo che arrivino per accoglierle e superarle insieme.
Su richiesta dei parenti e di parte degli ospiti sono state attivate le videochiamate, scoprendo il grande sostegno della tecnologia, il sollievo per ambo le parti di vedersi in volto, nelle proprie case. Videochiamate in cui spesso le anziane riprendono in mano il loro senso di responsabilità, come madri. Sappiamo tutti come l’anziano istituzionalizzato venga privato del suo ruolo sociale, invece questo avvenimento eccezionale ci spinge, per dar loro forza, a restituirgli questo ruolo di cura e di autorevolezza e a rinforzarlo.
Sono le stesse madri infatti a svolgere, attraverso le raccomandazioni, un’azione di cura verso figli e nipoti. Essere madri significa ora rassicurare sul proprio stato, mentre figli e nipoti devono a loro volta responsabilizzarsi prendendosi cura di se stessi per poi poter tornare a trovarle passata l’emergenza.
Accanto alla tecnologia abbiamo ripristinato anche un mezzo antico che si è rivelato ancora attuale: scrivere lettere.
Per la maggior parte con il pc e non con la penna, ma le famiglie hanno scritto. Lettere semplici, incredibilmente simili a quelle che si scrivevano in passato quando si era lontani, a testimoniare che i sentimenti fondamentali sono sempre quelli.
Ci sono le rassicurazioni: «noi stiamo tutti bene» e le raccomandazioni, «mi raccomando cerca di stare bene e di mangiare sempre tutto quello che ti danno». «Mi raccomando, stai tranquilla, riposati e non preoccuparti per noi». Ma soprattutto una frase non manca mai:«ti vogliamo bene».
Non mancano le descrizioni della vita quotidiana: «ieri ho persino fatto le tagliatelle come tu mi hai insegnato(…). Avevo piantato degli alberi di albicocco e anche un melo di renette. Speriamo che attecchiscano così mangeremo i frutti»; «…I ragazzi studiano con il computer».
O si fanno paragoni con i periodi in cui ci siamo soltanto sentiti raccontare: «Cerchiamo tutti di apprezzare quello che questi giorni particolari ci fanno vivere. Prima ho usato la parola guerra e ti assicuro che così sembra. Coprifuoco di tanti giorni e i giorni sono fatti di tante ore. Ma a differenza di quel brutto periodo passato che sicuramente ricordi, tante sono le cose diverse. Siamo al caldo, abbiamo cibo a sufficienza e modo di avere notizie, non da Radio Londra, e anche i modi per poter contattare parenti e gli amici sono immediati e non in mano a staffette. Le medicine si trovano sempre e la televisione ci porta in giro per il mondo. E acqua, luce e gas per lavarci, riscaldarci, cucinare».
Poi ci sono le annotazioni più intime, quelle che magari a voce non verrebbero fuori. Ma la scrittura è una grande alleata del cuore: «in questi lunghi giorni durante i quali anche noi non potevamo uscire di casa ho ripensato a tutto quello che tu e papà avete fatto per me e a quanti sacrifici avete fatto per vedermi crescere sereno e felice. Non finirò mai di ringraziarvi per il vostro amore e per la pazienza che avete dovuto tirar fuori quando vi facevo disperare… Non sai quanto mi dispiace non poterti restituire in questi giorni di isolamento forzato per tutti un po’ di quell’attenzione che tu hai sempre avuto per me».
E ancora: «ciao Mamma, ti scrivo per dirti che noi figli siamo molto orgogliosi e fieri di te per come affronti questo momento duro di non vederci. Sei una donna forte. Buona ma non stupida. Non hai potuto studiare ma hai tanto buon senso. Hai sempre lavorato duramente e ora ti tocca anche questo sacrificio. Ma sono sicura che la voglia di riabbracciarti ci fa resistere tutti. Un grosso bacione… arriverà la fine. Ti vogliamo bene!».
Tutte le lettere sono state stampate e consegnate ai destinatari perché quel foglio leggero, quelle righe scritte, sono una cosa tangibile che loro riconoscono, che li riporta a ricordi ben chiari e che rimane. Ogni lettera è stata poi consegnata ai destinatari, i quali l’hanno letta o, quando non riuscivano, hanno ascoltato una voce amica leggerla per loro e abbiamo constatato come a volte un foglio scritto sia ancora un giardino fiorito nel deserto dei tempi.
Per il resto, come già detto, tutta la nostra attività prosegue normalmente, perché non vogliamo stravolgere il tempo, entrare nell’emergenza, ma far scorrere le giornate nel modo più normale, morbide come gli abbracci che non si possono dare.
Così continuano ad esserci le feste di compleanno, abbiamo anche festeggiato una centenaria, riuscendo a farle avere i meritati fiori. A differenza di altri colleghi che sento e che dicono di avere difficoltà a fare attività di animazione con i loro ospiti, quando arrivo ho sempre il sollievo di trovare i miei sorridenti e attivi, con tanta voglia di usare le mani, di «fare» manualmente, perché le mani impegnano la testa.
Di questo il merito va senza dubbio alle OSS, perché con me i nostri anziani fanno attività due ore al giorno, ma poi ci sono le colleghe che entrano ed escono dalla struttura sempre con un sorriso a sdrammatizzare la situazione con gentilezza e questo aiuta moltissimo. Gli ospiti sono supportati tutto il giorno dall’intero personale e sono le OSS che durante il pomeriggio li fanno cantare e li tengono allegri, lontani dalla malinconia.
Non si può zuccherare falsamente una situazione drammatica che tutti ci coinvolge, ma si possono aiutare gli ospiti ad attivare le proprie risorse mentali e umane nell’affrontare un periodo per loro inatteso e senza dubbio, faticoso e doloroso.
E questo, riteniamo, sia il nostro ruolo nella loro vita.

«Bisogno di relazione»

Un vetro: l’unica possibilità che una mamma e una figlia hanno per vedersi, una carezza e uno sguardo filtrato dal riflesso del sole. Assisto a questa immagine al mio rientro in Fondazione, accompagno l’ospite all’incontro tanto atteso e desiderato.  Insieme mamma e figlia prendono un caffè, sana abitudine per non perdere la routine di un contatto viscerale, conversano e si osservano negli occhi per scrutare la verità l’una dell’altra. Un caro saluto affacciata alla finestra rivolto al figlio che passa in strada e che mi chiama per chiedermi se può vedere la sua mamma, provata e depressa per la recente perdita di una sua cara amica, anche lei ospite in struttura strappata letteralmente alla vita in due giorni.

«Ciao amore, ti voglio bene, dai tanti baci ai bambini, ti abbraccio con tanto affetto, non so se riusciamo ancora  a vederci»,
«ciao tesoro della mamma, vieni a prendermi».

Queste sono le parole che hanno riempito la mia giornata a lavoro e io, zitto in  un composto e devoto silenzio, ascoltavo queste parole che assordavano il mio cuore. Silenzio imbarazzante, aria mesta, occhi spenti, parole non dette, sorrisi intrappolati nelle mascherine, mani sicure e rassicuranti avvolte da guanti ormai utili e indispensabili, uomini e donne imbacuccati in divise protettive che non lasciano trapelare il proprio dolore. Chi consolerà queste solitudini di cuori stanchi e vecchi? Chi asciugherà le lacrime mature dagli occhi rugosi? Chi toccheranno quelle mani sagge? A chi racconteranno i propri deliri senili? Come potranno lasciare andare la loro anima e accompagnare il ricordo quando si presenterà alle loro menti? Come potranno dare un ultimo saluto senza vederli e sentirli? Come si consoleranno quando la malinconia farà capolino nel loro cuore?

Giovanni Simonetti

Una storia dal fronte: le voci di Merlara

L’esperienza di Casa Scarmignan (PD) durante il coronavirus raccontata dal Direttore, dalla Coordinatrice, dalla Presidente e da una volontaria e pubblicata giorno 1 aprile 2020 sul blog di Mario Iesurum – Coordinatore Qualità e Benessere che ringraziamo per la condivisione!

Elisa e Mauro, Coordinatrice dei Servizi e Direttore CSA Scarmignan di Merlara (26 marzo 2020)
Mi sono chiesto varie volte dove abbiamo sbagliato. Che cosa potevamo fare di più e di diverso per accompagnare le persone che vivono nella nostra struttura. Non sono riuscito a trovare una risposta: si è fatto con gli stessi tempi e con le stesse modalità quello che hanno fatto tutti gli altri all’inizio dell’emergenza. Forse lo sappiamo perché è scoppiata così da noi, per via di un asintomatico. Ma vallo a capire l’asintomatico (poi tamponato e scoperto positivo, e pure sintomatico!): mica gli occhi gli lampeggiano per avvertirti del pericolo! Non lo sapeva neppure lui: niente febbre, niente tosse, niente problemi respiratori, niente ossa rotte.


Quel che stiamo vivendo è sicuramente un’emergenza sanitaria, che si è trasformata in una emergenza psicologica e in una emergenza, ora e soprattutto, organizzativa. È questa che ci ha messo in ginocchio e falcidiato. Se da un giorno all’altro l’arbitro vi espelle metà dei vostri giocatori in campo è ben difficile resistere ad un nemico che gioca in modo subdolo. Perché́ alla fine questo è successo.

Dopo aver scoperto il caso – per caso – di una residente in struttura positiva al coronavirus, in due giorni sono stati fatti tamponi a tutto il personale, qualcuno in più per cautela, e il giorno oltre metà dell’organico è stato posto in isolamento. Togliete qualche malattia, anche precauzionale, e qualche congedo parentale – perché comunque la salute di suo figlio è più importante di quella dei figli di quelli che invece vanno a lavorare – alla fine saranno rimaste circa quindici unità, di cui un’infermiera e sette operatori (forse sei). Sia ben chiaro, tutto legittimo!
Abbiamo cercato ovunque personale da assumere, ma nulla. Alcune strutture generosamente hanno acconsentito di far giungere dei dipendenti che avevano offerto la loro disponibilità a dare supporto. E così, eroicamente, grazie alla generosità di tutti, alla vicinanza e al concreto supporto della Presidenza e dell’Amministrazione comunale, abbiamo continuato ad assistere i nostri anziani.
Ora sapete tutti che compromettere il precario equilibrio di un novantenne che risiede da noi è già terrorizzante nei giorni felici in cui si fanno le feste coi parenti. Medici, riabilitatori, parenti e amici che raccomandano di no, che sarebbe meglio che il nostro residente non scendesse perché ognuno ha la propria competenza da mettere a servizio e qualcuno le proprie ansie da esprimere. Figuratevi se il fragile equilibrio fisico e psichico per giorni viene compromesso per l’impossibilità di poter garantire il consueto livello di prestazioni di assistenza di base e di sostegno psicologico! Non sono un geriatra, non sono un medico, ma suppongo – peraltro senza prove concrete da esibirvi ora – che le deboli difese immunitarie dei nostri residenti subiscano delle vergate che in certi casi divengono letali. Dal 14 marzo ad oggi a Merlara abbiamo contato sedici morti.

Senza fare i tamponi non sapremo mai se in altre strutture ci sono positivi al coronavirus. Eppure, quando li facciamo, qualcuno lo troviamo. Altrove, in altre strutture del Veneto non ci sono morti, ma probabilmente qualcuno con coronavirus, chissà. Ma lì l’organico è ancora intatto, eroico, combatte con le proprie ansie e le ansie altrui, ma mantiene alto il livello delle prestazioni assistenziali, di base, in primis. Sicuramente ve ne sono di asintomatici tra gli OSS e gli infermieri che continuano a svolgere il loro lavoro e a condurre la propria attività dentro e fuori la struttura, ma non lo sappiamo. Dove lo sappiamo, vengono allontanati per sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, ma senza avere il famigerato «piano B».

E non ci resta che contare i morti, i vecchi morti. I vecchi che erano la mamma e il papà di qualcuno, che avevano un nipote che scrive cartelli #Andràtuttobene, che avevano una storia da raccontare, e che sono morti, ben che vada, salutando qualche minuto prima per videochiamata la figlia tramite il cellulare di una volontaria incappucciata – giustamente – come una palombara.


Sempre in nome di sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, i loro corpi, i corpi di quelli anziani che sino a due settimane prima curavamo di carezze, abbracci e creme idratanti, vengono oggi avvolti, così come sono, in un primo lenzuolo bianco imbevuto di soluzione a base di cloro, poi in secondo lenzuolo che lasci scoperta solo la testa: il necroscopo non deve toccare il corpo, è infetto.

In nome delle, già chiare e sacrosante ragioni di salvaguardia della salute pubblica, ai familiari, invece, gli affetti di una vita, non è nemmeno concesso vederlo quel corpo. E per quella famiglia finisce tutto, anche la dignità dell’ultimo saluto che sarà forse recuperata in tempi migliori, quando #l’Andràtuttobene diverrà realtà. Per chi resta, per gli operatori di struttura, tutto continua, l’operazione di «composizione» della salma si ripete anche per due, tre, quattro volte a turno. Si fa fatica a resistere: noi siamo abituati a proteggere i nostri anziani anche da morti. Siamo abituati a prepararli con l’abito della festa, il foulard preferito e un rosario tra le mani. Portiamo dei fiori nella camera mortuaria e al momento della loro partenza li salutiamo discreti, accanto ai familiari, con le lacrime agli occhi e il sentimento d’onore per averli potuti accudire.

Ora la spazzina porta via tutto, i nostri anziani e anche i nostri sentimenti. Non c’è più tempo per nulla, niente fiori, niente saluti: ora dobbiamo decidere se dedicarci a imboccare chi ancora potrebbe farcela o curare il corpo di chi se n’è andato. «Cerchiamo di prenderli e di tirarli in qua e poi niente li dobbiamo lasciare andare…», dice una collega.
Tutto questo passerà, ma lascerà tracce indelebili. Ci sono immagini, parole, voci, suoni che resteranno nella mia mente per sempre. I corpi dei defunti, la parola luce (dentro a tanta tenebra), la voce di un figlio che dice alla madre «mamma, non sei mai stata più bella di così!» e il cicalio incessante dei campanelli che mi fa compagnia anche nel sonno.
Al dolore dell’anima si aggiunge la fatica fisica. Non sono più i turni interminabili, il peso da affrontare, ma il dover lavorare dentro dispositivi di protezione che ti tolgono il fiato. Dopo quattro ore di lavoro con la mascherina incollata al viso, l’ossigenazione è al limite e la testa gira. Dentro le tute si suda parecchio, diventa difficile poter bere, se bevi troppo poi devi andare al bagno e le procedure di svestizione non aiutano. Ma con un po’ di allenamento ci si abitua anche a questo e a fine turno si respira a pieni polmoni.
Anche questo passerà. Tutto è cominciato coi tamponi. Tamponi a tutti, per la tutela della salute pubblica, per sapere: il bravo tecnico se non conosce, non può cercare soluzioni; per sedare le ansie, pure queste legittime, al tempo delle «mascherine per tutti», anche se poi vedo al supermercato signore di mezza età esibire – goffamente – rarissime FFP2 sottosopra (e quindi inutili).

Sono francamente preoccupato di questo tamponamento collettivo in partenza per il personale delle nostre strutture, un ingorgo di ansie, di fame di conoscenza e sete di soluzioni, che ha costretto il Merlara a giocare in quattro contro la Juve. Aggiungiamo poi che il processo non è né tempestivo, né predittivo.

Facciamo il tampone oggi e ben che vada il risultato lo conoscerai domani. In un giorno potresti esserti positivizzato, ma va bene…un giorno. Conosco situazioni in cui i tamponi sono stati fatti il 20 marzo e il risultato conosciuto forse il 27 marzo.
Intanto gli asintomatici hanno continuato a fare il loro lavoro e la loro vita. Oppure oggi facciamo il tampone a metà del personale e per il resto vi dirò.

Come possiamo saziare la nostra sete di conoscenza se beviamo piccoli sorsetti in modo incostante? Avremo calmato le ansie di qualcuno e dimezzato qualche squadra con gli effetti di cui sopra. Per questo l’emergenza sanitaria diventa emergenza organizzativa e i vecchi muoiono non di coronavirus, ma in costanza di coronavirus (due dei nostri erano negativi): un corpo debole quando non mangia, non beve, non prende le pastiglie con regolarità muore, positivo o meno.

Stavamo al lago Fagnano giorni orsono, dove al tramonto non ti assalgono le sindromi, ma il pensiero corre libero e leggero donde el mundo se va terminando. Leggevo di Bergamo, così lontana là, en el fin del mundo. Volevamo tornare, non vedevamo l’ora di tornare tra la nostra gente, tra i nostri vecchi. Siamo scesi dall’aereo a Bologna e Bergamo non era mai stata così vicina. Inaspettatamente, la fine del mondo.

Roberta, Presidente (30 marzo 2020)CSA Scarmignan di Merlara

Improvvisamente le nostre vite sono cambiate, la scala delle priorità ha subito un radicale riordino, siamo piombati nell’emergenza. L’emergenza puoi viverla ascoltando i notiziari, frequentando i social, se qualcuno te la racconta, ma la vivi veramente solo se ti ci trovi in mezzo. La senti e la respiri quando cerchi aiuto e non lo trovi, quando non sai qual è la soluzione e soprattutto non sai se c’è una soluzione. Ti chiedi come poterla affrontare, con quali competenze, quali conoscenze. Chi e come si deve intervenire: cosa faccio ora, chi metto in salvo. Ti scopri impreparato, instupidito, impotente, poi ti rimbocchi le maniche, ti dici «ok tocca a me, devo occuparmene, devo fare del mio meglio».

Bene, allora scegliamo la strada che sembra più giusta, tuteliamo tutti: gli ospiti, la parte più fragile ed esposta, i dipendenti, la parte indispensabile alla struttura. Il risultato ci annichilisce… chi poteva pensare ad un tale esito. Eravamo pionieri, non c’era storia conosciuta, con tutta la buona volontà non potevamo pensare prima ad un piano B. Un attimo di disorientamento e il pensiero più razionale che viene a galla è di recuperare subito personale; ma il mercato non offre nulla, le cooperative e le agenzie non dispongono di personale per il sociosanitario. Le aziende sanitarie hanno già fatto incetta di tutte le professionalità disponibili, consapevoli dell’emergenza in arrivo. «Bene, allora datecela voi una piccola task force per coprire l’assenza per quarantena di oltre il 50% del nostro personale». Richiesta persa nel vuoto, anzi, nell’insipienza di un Direttore Generale che sostiene che il problema è nostro. IL PROBLEMA È NOSTRO. IL PROBLEMA È NOSTRO. Non capisco, non accetto, non può essere che la cura di settantuno ospiti (due erano già ricoverati) tutti di fatto non autosufficienti, sia un problema nostro.

No, non è umano, non è la sanità per la quale io pago tasse su tasse, non è la sanità che rispecchia la nostra Costituzione. È la risposta di una politica di interessi e di potere, non di una politica del bene comune. E allora penso che non abbiamo sbagliato, noi abbiamo fatto quello che era giusto fare, è il sistema che è sbagliato e ora ne paghiamo le conseguenze e riusciamo a malapena a seguire i nostri ospiti, sfiancando fisicamente ed emotivamente il poco, eroico, personale ancora attivo. Garantiamo il minimo, li vediamo soffrire, spegnersi velocemente e siamo attoniti. Riprendiamo i pochi fili rimasti nella tela e cerchiamo di continuare a tessere, raccogliendo tutti quelli che troviamo affinché la tela sia più resistente e continuando a tessere e a raccogliere fili, a unire umanità e sensibilità diverse e parimenti costruttive.

Padmah, volontaria, psicologa (31 marzo 2020)

La soglia varcata in quel primo lunedì ha fatto la differenza. La percezione più nitida consiste nel sapere che quello che si pensava fino a ieri regge a fatica davanti a quello che si vive oggi e le parole tremano perché domani potrebbero essere vuote. L’immagine della guerra, che si rianima negli anziani incontrati e nella loro capacità di resistere, si confronta con il silenzio e l’invisibile che prendono il posto delle bombe e dei crolli evidenti. Le emozioni sono le stesse, le paure forse ancora più forti, perché sembra non si possa scappare, non ci sia un luogo di rifugio in cui poter riposare, almeno per un po’. Soprattutto, al confronto dell’essere bambini che guardano agli adulti, sono vecchi e dovrebbero poter insegnare; invece muoiono soli e senza respiro. I loro corpi esautorati da ogni possibilità di cura e vicinanza se ne vanno tra lenzuola bianche e la fretta di essere eliminati. I loro oggetti insacchettati, come i cuori di chi li ha amati. Gli occhi di quelli che un tempo ormai lontanissimo si chiamavano caregiver, gonfi di lacrime dietro occhiali e mascherine di protezione, si abbassano per frenare le onde di una tragedia che sta tracciando solchi profondi.

Come un mazzo di carte che si sta rimescolando, si estrae la carta dell’Amore, quello che abita in fondo all’Essere e risponde a quel principio di Sant’Agostino: ama et fac quod vis, «ama e fa ciò che vuoi», con quel vis che significa anche «forza». Allora, sì, li ho abbracciati, ho accettato i loro baci di gratitudine per aver permesso che vedessero i loro familiari con il «telefono magico», che hanno accarezzato e baciato pure quello, con le voci rotte dalle emozioni e lo sguardo che tornava ad essere vivo. A quel telefono, chi ha affidato l’ultimo saluto, con lo sforzo dell’amore di madre che porta una mano alla bocca per quell’ultimo bacio con cui il figlio potrà sapere che le madri non muoiono mai perché hanno amato. L’immensamente tragico e l’infinitamente bello stanno ballando una danza inscindibile, fuori e dentro ciascuno.

Nel mentre dei giorni serrati, sentire il fruscio delle tute bianche e dei calzari che rendono quasi indistinguibili medici, operatori, infermieri, volontari, direttore, assistente sociale, coordinatrice, fisioterapista sembra il sussurro sottile che dice: «siamo Uno». Quell’Uno pregato dal Cristo, vero come non mai, qui nel tempo di un virus cui spetta l’arduo compito di educarci e riportarci al senso di vivere. Ma che, nel frattempo, ci sbatte in faccia il costo di aver scavato nel vuoto e si porta via i nostri vecchi, nel mentre delle TV accese che vomitano le parole e le immagini, caparbiamente.
E poi la gratitudine dei familiari. Quelli che ancora possono vedere i loro anziani, seppure su uno schermo di smartphone e quelli che sono stati chiamati per un umile conforto, nelle case in cui, inimmaginabilmente, si è innocenti reclusi, a cui offrire la speranza di un giorno in cui si farà una grande cerimonia di saluto. Tutti insieme perché all’unanimità si sentono una famiglia con la comunità della casa di riposo. Oggi, il peggio sembra essere passato, almeno qui. Gli aiuti e la forza di resistenza stanno permettendo un giro di boa, gli anziani sono alzati e mangiano insieme, ritorna il tempo per potersi parlare e cominciare a dare forma a questa esperienza. Si pensa a come uscire dal trauma, a come porre a servizio di altre strutture questa esperienza perché non accada, almeno non con la stessa emergenza e lo stesso peso tremendo. Ormai, sembra chiaro che nel conto dei morti bisogna inserire l’equazione di proporzionalità diretta per cui senza assistenza è impossibile farcela, almeno per i più deboli. Adesso, si intravede la strada per ritrovare un senso a questo vivere, in cui nulla sarà più come prima, e meno male, viene da dire, perché sembra necessario rifondare il senso di una stretta di mano, lo spazio dell’essenziale, il tempo di Essere perché quello dell’Avere ci ha reso mostruosi. Adesso, forse solo adesso, si può tornare a comprendere che non abbiamo fatto noi il Cielo. Forse solo adesso si può comprendere cha siamo Uno.

«Scriviamo una nuova vita», la lettera di Fosca

È l’11 marzo quando torno a casa dopo una giornata dedicata alla stesura del piano di emergenza e alla individuazione della stanza da dedicare ad un eventuale isolamento: il laboratorio di animazione. L’unico dotato di bagno e di attacco per ossigeno. Bisogna però svuotarlo e chi lavora in casa di riposo sa cosa sono in grado di accumulare gli educatori. Ma è tardi, domani ci penseremo.

Preparo veloce la cena, ma ho i brividi. «No», penso, «no», domani devo sistemare il laboratorio, come faccio. Sarà stanchezza, lo stress di queste intense settimane. Mangio, prendo una Tachipirina e vado a letto.
Mi sveglio, mi alzo, mi preparo la colazione. Ho i brividi. Piango. Misuro la temperatura: 37,8.

«Chi ha febbre superiore ai 37,5 gradi è fortemente raccomandato di restare presso il proprio domicilio…». Telefono al lavoro. Prendo un’altra Tachipirina e passo la mattinata con l’Amuchina a pulire casa e a rispondere al telefono dando e ricevendo indicazioni sul «trasloco». Sto bene. Poi al pomeriggio crollo. La febbre sale e, ok, per oggi il divano è mio.

È influenza, respiro bene, poi però scompare l’olfatto, persiste la diarrea, la febbre non vuole andarsene e quel mal di testa forte che scoppia. Forse non è solo influenza.Senza un tampone il dubbio naviga tra i pensieri e sale l’ansia, cresce la paura di essere stata a contatto con persone più fragili. Ragioni: la mascherina l’hai sempre portata, ma sarà bastato? Chiedo notizie tutti i giorni, ma loro stanno bene. Prego ogni sera e ogni mattina. Mi sveglio la notte e il cuore è agitato, troppo. Concentrati, respira piano, passa.

Trascorrono i giorni, a volte lenti, a volte veloci. Il sole diventa tiepido, poi arriva l’aria gelida, la neve sulle montagne, inizia la primavera, torna il caldo, il ciclo continua.
Mi sento in colpa, tremendamente in colpa per non essere con i miei colleghi, per non essere con le persone con cui da diciassette anni trascorro gran parte della mia vita.

Sto meglio, vorrei tornare, ma bisogna che trascorrano quindici giorni. Inizia la quarantena. E per fortuna arriva l’obbligo del tampone per gli operatori sanitari. Fatto. Ora l’ attesa dell’esito.

Mi dispiace. Mi dispiace essere stata lontana, ma vorrei dire GRAZIE ai medici di base, ai parenti, agli educatori, ai fisioterapisti, agli OSS, agli infermieri, agli addetti alle pulizie, agli operatori delle lavanderie, ai tuttofare, ai cuochi, alle segretarie, alle Superiore, che hanno lavorato e continuano a farlo nel migliore dei modi per cercare di contenere e di prevenire.

Siamo esseri umani, anime e corpi, cuori e cervelli forti e vulnerabili. Abbiamo bisogno di amicizie e di solitudini, di cure e di rispetto, di lavoro e di riposo.

Che questo sia per tutti noi il tempo giusto per pensare e ricominciare con uno spirito diverso questa grande avventura che ci hanno donato: PER FAVORE, SCRIVIAMO UNA NUOVA VITA!

Fosca

 

 

«La risposta»: una storia di Luca Croci

La signora Sandra è una donnina di poche parole e così curva da non riuscire a guardarmi in faccia.
«Signor direttore, è un lavoro difficile il suo, eh?»
mi ha detto stamattina, vedendomi attraversare il corridoio della residenza con la solita pila di documenti sottobraccio.

Non ho saputo cosa risponderle e mi sono limitato a rallentare il passo per camminare al suo fianco. Le ho tenuto la porta aperta e l’ho guardata sedersi su una delle panchine del vialetto, da sola. La figlia viene a trovarla ogni tanto, sempre meno, e il resto del tempo la signora Sandra lo passa con noi, una sorta di famiglia di adozione, tanto effimera quanto vera. La figlia vive lontano. «Vorrebbe tanto venire più spesso, ma adesso le è capitato questo divorzio e allora come si fa?», mi ha spiegato la signora Sandra seduta al tavolo della colazione con gli occhi umidi e le mani nodose abbandonate in grembo.

Quando piove la sala della televisione e la biblioteca sono così affollate che mi sembrano sempre troppo piccole, ma oggi no: è la prima giornata di sole di una primavera tardiva che non riesce a farsi strada. Mi fermo ad aprire le finestre del refettorio.

È il signor Alfonso che me lo ha fatto notare ieri quando è venuto nel mio ufficio con il figlio per le pratiche di ammissione: «Quest’anno l’inverno non finisce più». Cercava di distrarre quel ragazzo piegato dalla vergogna di non riuscire a occuparsi del padre e per farlo gli parlava dello scorrere delle stagioni.

Ma il tempo qui dentro è un altro. Si aggrappa alla memoria, anche quella persa in logiche confuse, resta impigliato a lungo nel silenzio, si esaurisce, poco per volta.

Non sono tanti quelli che guardano ancora l’orologio qui.  La maggior parte si lascia sorprendere dalla sera che inghiotte le stanze rimaste vuote, da un nipotino che esce correndo dall’ascensore, dalla voce forte di un’inserviente che saluta tutti prima di andarsene. «Ah, ha finito anche oggi la Francesca!» risponde ogni giorno il signor Ettore con un’aria sinceramente sorpresa. E, dicendolo, annuisce lentamente, come se stesse benedicendo il corso sempre uguale delle cose.

Francesca è giovane, di quella giovinezza un po’ sfacciata che non ha ancora paura di diventare vecchia e quando esce di qui, lei, non ci pensa più al signor Ettore. Ma tutti nella residenza le vogliono bene, perché non li tratta mai né come bambini né come depositari fragili di una saggezza obbligatoria.

Non sono tutti così, però, i miei collaboratori. Alcuni hanno un’impazienza che non c’entra niente con i pomeriggi lunghi, i vuoti di memoria, le notti insonni, le ossa che fanno male. Le famiglie si lamentano e io mi siedo, cercando di mettere insieme il tempo di tutti. Quello che non si può perdere degli uni, quello pieno di sgomento degli altri.

È a questo che pensava la signora Sandra stamattina? È un lavoro difficile il mio? Cerco ancora la risposta. Basterà dire «a volte» per dare un’idea delle mie giornate? Oppure «dipende» per rendere conto della diversità dei miei interlocutori?
Mi viene in mente un proverbio africano che dice «Fai fruttificare l’eredità che ti viene lasciata» e, guardandomi intorno, trovo finalmente la risposta.

Il mio lavoro non è difficile, è pesante, o meglio ha peso: il peso del presente e dei futuri brevi, quello della memoria, tutta, e del lungo termine, quello del rispetto e della dignità.

Luca Croci,
Direttore della RSA «Il Palio» di Legnano (MI)

Il giusto tempo

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Non si parla d’altro: CORONA VIRUS. È entrato non solo in Europa, ma nelle nostre vite condizionando anche i discorsi quotidiani, catalizzando i pensieri e stringendo il nostro cuore. Un tempo non era così, forse si stava bene e non lo sapevamo. La chiacchierata: informale ma seria si svolge presso le macchinette del caffè. Le ragazze delle pulizie mi hanno coinvolto con facilità. La divisa le rende simili, le mascherine le differenziano di poco. Azzurrino, verde chiaro, bianca con teschi… Quest’ultima è una produzione fai da te, di una domenica noiosa.

È facile raccontare, riportare notizie con tanto di fonti. Si snocciolano numeri. La parte che spaventa, ma da cui nessuno si astiene, è il fare previsioni. Quando smetterà di stravolgere la nostra amata normalità? Per quanto tempo ancora dovremo sopportare edizioni speciali e provvedimenti straordinari?
Nessuno lo sa e questo alimenta una certa inquietudine che si riversa nel quotidiano. Anche il nostro modo di lavorare è cambiato. Chi lavora in lavanderia ora si deve occupare anche dei capi delicati che i parenti non ritirano, date le limitazioni imposte per il contenimento del virus. Chi è addetto alle pulizie si sente ricevere le richieste più insensate e disparate. Mentre noi educatori abbiamo le video-chiamate e tante piccole attenzioni in più. Ognuno di noi ne ha ben donde per essere sotto pressione. Mentre i discorsi convergono sulla possibilità (più o meno remota) che il virus entri in una realtà come la nostra.

Passa M. è un’anziana bassa di statura, con occhialini da maestra e con un’inquietudine grande come l’intera RSA. Si ferma appena mi scorge. Mi guarda fissa da oltre le piccole lenti. Tutti la notano e i discorsi si fermano per rispetto. È chiaro che deve dire qualcosa. I pensieri di tutti noi sono intrisi di parole quali: virus, Cina, contagio, mascherina, mortalità, nuove normative, un metro di distanza…
M. apre la bocca e conscia del suo bisogno e di aver ottenuto la dovuta attenzione chiede: «Luca mi si è fermato l’orologio e serve un’altra batteria…». Nessuno riesce a proferire parola. Tutto è così stridente. Ma lei lo sa di cosa stavamo parlando? Non si rende conto che…
«Non ti preoccupare M. ci penso io.». Lei sorride e se ne va. Le ragazze ritornano a parlare del virus e io mi allontano con un pensiero diverso in testa.

Una richiesta tanto normale quanto stridente, è spiazzante. È fuori luogo. O forse no? Forse è il CORONA VIRUS che è fuori luogo. Nel mondo di M., fatto di una routine consolidata e da un’ansia profonda, il non avere il giusto tempo è devastante. Un semplice orologio che si ferma è un problema serio. Di questo dobbiamo esserne coscienti.

Cambio la batteria e regolo le lancette che iniziano a muoversi senza esitazione. Ora tutto è a posto. M. ha nuovamente il suo giusto tempo, ora tocca a noi a cercare il nostro…

Lo faremo insieme. Lo faremo ripetendoci andrà tutto bene fino a quando non tornerà il tempo per guardare M. con più comprensione.

Luca Lodi

Educatore Prof.le, autore di Lunafasia