N° 11 - Settembre 2015


Condividi sui social


Vivere e agire nel «qui e ora»
Impariamo dagli antichi ad accettare i nostrilimiti di esseri imperfetti
 
 
«Non chiedere Leuconoe – non è dato saperlo – chedestino gli dei abbiano assegnato a me o a te, e non tentare i calcolibabilonesi. Com’è meglio tollerare ciò che sarà, sia che Giove ci abbia datoancora tanti inverni sia che questo, che fa infrangere le onde del mar Tirreno sulleopposte scogliere, sia l’ultimo. Sii saggia: purifica il vino e, poiché lospazio è breve, riduci la lunga speranza. Mentre parliamo il tempo invidiososarà già fuggito: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.»
Orazio, OdeXI, Libro I
 
L’autunno per Anoss Magazine si apre con laceleberrima ode in cui Orazio invita Leuconoe – e con lei tutti noi – a godersi il presente, a coltivare ilquotidiano. Due sono le ragioni fondamentali per cui il poeta esorta lafanciulla ad abbandonare le grandi speranze, per tornare ad attività semplici econcrete, quale è ad esempio la purificazione del vino. Da un lato, infatti,Orazio riconosce che la vita ha durata breve, che il tempo ci sfugge di manotroppo alla svelta e che, pertanto, è necessario trovare un modo per ovviare aquesto inconveniente, prima che sia troppo tardi. Dall’altro lato, poi, esisteil caso: non sappiamo se quest’autunno che stiamo vivendo sia l’ultimo o se cene spettino ancora molti; non sappiamo se stiamo camminando verso il nostroultimo inverno o se, invece, la fine è per noi ancora lontana. Nessuno di noilo sa con assoluta certezza, quale che sia l’età che ha. Troppo spesso abbiamodifficoltà a riconoscere quanto grande sia il potere che il caso ha sullenostre vite e, troppo spesso, tendiamo a sotterrare in qualche angolo dellanostra coscienza il pensiero che la vita sia breve. Orazio però ci scuote,richiamandoci energicamente alla verità. Ci ricorda che proprio perché il tempoche abbiamo a disposizione è scarso e il potere che abbiamo sugli eventi delmondo è estremamente limitato, è necessario non preoccuparsi del futuro. Ciinvita, con Leuconoe, a non affidarci ai «calcoli babilonesi», ovvero – pertradurre l’espressione in chiave moderna – a non stare a sentire gli oroscopi.Non importa che cosa diranno Paolo Fox o Rob Brezsny della mia giornata:importa soltanto che cosa io deciderò di fare per rendere questo giornomigliore, per essere felice anche oggi.La sorte esiste, il mondo è per la gran parte fuori dal nostro controllo: nonsiamo quegli esseri onnipotenti che credevamo di essere. Ma questaconsapevolezza non ci deve rattristare o paralizzare; ci deve piuttosto aiutarea capire cosa è necessario trascurare, e cosa invece merita la nostraattenzione. A dover essere coltivate non sono le «lunghe speranze» in una sorteche comunque procede secondo i propri misteriosi progetti, né le nostre ansie ole nostre manie di controllo del futuro. Un unico e ristretto angolo dipossibilità ci è concesso: quello che si nasconde nel «qui ed ora». È alpresente che dobbiamo guardare, è solo nell’ora che avviene l’azione. Giornoper giorno, attraverso piccoli passi, rivolgendoci alle cose più quotidiane,costruiremo la nostra felicità, avremo cura di noi e degli altri. L’attimo chedobbiamo cogliere è anche quello in cui si consuma la relazione: il tempo siferma un istante nella chiacchierata tra Orazio e Leuconoe, e così può avvenirein ogni atto d’amore. Lacultura antica, di cui abbiamo qui offerto un esempio, ci invita cioè allaserenità, alla pacata accettazione dei nostri limiti di esseri umani mortali. Gliantichi greci e latini avevano capito meglio di noi il potere della sorte edesortavano ogni individuo a sopportare con pazienza la quantità di dolore cheil destino gli avrebbe riservato, e a ritagliarsi con intelligenza la propriaparte di piacere. Ovvero, gli antichi sapevano, meglio di noi, che il dolore èun elemento costitutivo e ineliminabile dell’esistenza. In quanto esserilimitati saremo soggetti al dolore e dovremo sottostare alle leggi ciclichedella natura, andando incontro alla morte. Ma accettare la caducità dell’esistenzaè l’atto di coraggio necessario per comprendere quella «giusta misura»che ci compete e che non è opportuno oltrepassare, per riuscire a ridurre lanostra precarietà ove possibile, senza velleità. Accogliere il dolore e lafragilità è quel passo che dobbiamo compiere se vogliamo darci un’importanteopportunità: quella di godere per davvero della bellezza che ci circonda; e difarlo a partire da oggi, fidandoci il meno possibile del domani.